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“ARTRITE REUMATOIDE: DIFFICILE DA DIRE, NON DA FERMARE”
Con questo slogan prende il via la campagna di informazione dell’Anmar sull’Artrite reumatoide che avrà come testimonial la star americana Katherine Kelly Lang, la celebre Brooke di Beautiful. Perché diagnosi precoce e terapia tempestiva sono atout indispensabili per arrestare la progressione della malattiaL’iniziativa, rivolta prevalentemente alle donne, è stata illustrata oggi a Roma in una conferenza stampa, moderata dalla giornalista Livia Azzariti, alla quale hanno partecipato Katherine Kelly Lang, testimonial della campagna; Giovanni Lapadula, presidente del Gruppo italiano per lo studio dell’earley artrithis (Gisea); Gianni Leardini, presidente del Collegio reumatologi ospedalieri italiani (Croi); Carlomaurizio Montecucco, presidente della Società italiana di reumatologia (Sir); Antonella Celano, presidente dell’Anmar. La campagna è articolata in due fasi parallele: da una parte la distribuzione di materiale informativo nei principali supermercati e centri commerciali d’Italia (si comincia già oggi pomeriggio al C.C. Roma Est, dove sarà presente anche Lang) e, dall’altra parte, uno spot sociale televisivo che andrà in onda a partire dal mese di maggio e avrà come protagonista proprio la star americana Katherine Kelly Lang - la famosissima Brooke di Beautiful - nei panni di diverse donne che, colpite dall’artrite reumatoide, spiegano come una diagnosi tempestiva e una cura appropriata abbiano permesso loro di tornare al lavoro e a una vita “normale”.

L’Artrite reumatoide, infatti, è un dramma in rosa: delle oltre 400 mila persone colpite in Italia da questa patologia, la stragrande maggioranza - circa 300 mila - sono donne. E il 75 per cento circa dei 10 mila nuovi casi che si registrano ogni anno nel nostro Paese sono appannaggio del mondo femminile, soprattutto a partire dai 25 anni, anche se questa malattia non risparmia i bambini.
Per i pazienti la vita è decisamente “in salita”. Per sette malati su dieci, semplici azioni quotidiane come lavarsi e vestirsi, portare la borsa, aprire un rubinetto o stringere una macchina per il caffè, salire su un treno o su un autobus diventano imprese “temerarie”, per molti impossibili. E bastano pochi anni perché la capacità lavorativa diminuisca del 50 per cento.
 
Tutto questo si può evitare battendo sul tempo la patologia: con una diagnosi precoce e una terapia avviata entro tre mesi dalla comparsa dei primi sintomi è infatti possibile arrestarne la progressione. Una corretta informazione, quindi, può salvare la vita.

«La diagnosi precoce è fondamentale - spiega Antonella Celano, presidente dell’Anmar - ma ottenere una diagnosi rapida è spesso un miraggio a causa delle liste d’attesa che impediscono di arrivare dallo specialista reumatologo in tempi celeri. A questo si aggiungono altre carenze del sistema che fanno sì, per esempio, che l’accesso ai farmaci biologici, necessari per prevenire l’evoluzione del danno articolare e della disabilità, non sia uniforme sull’intero territorio nazionale. Spesso, infatti, a causa degli alti costi le Regioni pongono veri e propri veti all’acquisto di questi medicinali, mettendo così in gravi difficoltà pazienti e medici».

«La possibilità di bloccare questa malattia distruttiva - conferma il prof. Carlomaurizio Montecucco, presidente della Società italiana di reumatologia (Sir)- dipende da una diagnosi precoce e dall’impostazione di una terapia corretta, con l’utilizzo di farmaci adeguati già dalle prime fasi. Un ritardo di soli tre mesi nell’inizio della terapia con Dmards (Disease modifying antirheumatic drugs), provoca un peggioramento della prognosi funzionale a cinque anni. Non solo: studi clinici hanno dimostrato che nei pazienti trattati precocemente si assiste a una significativa riduzione a breve termine (due anni) della progressione dei segni radiografici. E il trattamento precoce è più efficace anche nei pazienti con una malattia più aggressiva. Per il medico c’è quindi - aggiunge Montecucco - un obbligo deontologico ad effettuare una diagnosi precoce, una rapida e corretta impostazione terapeutica e una rigorosa valutazione della risposta alle terapie: più del 50% dei pazienti può raggiungere una remissione stabile della malattia».

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«È tempo ormai che ci si chieda se la società faccia abbastanza per questi pazienti - sostiene da parte sua il prof. Giovanni Lapadula, presidente del Gisea il Gruppo italiano per lo studio dell’earley artrithis - e che ci si renda conto di come l’artrite determini nel malato una vera e propria “rottura biografica”, uno sconvolgimento della struttura della vita quotidiana che rimette in discussione le aspettative e i progetti per il futuro, induce la progressiva perdita di autonomia e provoca l’alterazione della rete di relazioni – dal lavoro alla famiglia alle amicizie - delle persone colpite».

Per il prof. Gianni Leardini, presidente del Collegio reumatologi ospedalieri italiani (Croi), «molto rimane ancora da fare per risolvere i problemi dell’organizzazione assistenziale all’artritico ed è necessario creare una rete integrata tra medicina di base e specialistica reumatologica, nella quale siano compresi percorsi agevolati di accesso alle strutture in grado di garantire una diagnostica più evoluta e dispongano dei più moderni presidi terapeutici. Ed è importante – aggiunge - che una volta organizzati questi percorsi, le persone ne siano adeguatamente informate in modo che ne possano usufruire tempestivamente».

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