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Fino agli anni Ottanta, ai pazienti con artrite reumatoide i medici tendevano a prescrivere il riposo e la salvaguardia delle articolazioni. Recentemente, invece, diversi studi hanno dimostrato i benefici di un costante esercizio fisico anche in questi malati. E tuttavia l’atteggiamento dei pazienti con AR verso il movimento non sembra essere cambiato. A dirlo è una ricerca statunitense pubblicata su Arthitis Care & Research secondo la quale, spesso per paura del dolore, per scarsa fiducia nei risultati o per mancanza di motivazioni, almeno due malati su cinque sono completamente inattivi.

Per il 93% dei pazienti colpiti da artrite reumatoide la malattia incide sulla qualità di vita e per l’85% sulla capacità di compiere i più semplici gesti quotidiani, come aprire una bottiglia, svolgere attività domestiche, salire le scale, vestirsi o lavarsi. Con pesanti ripercussioni, visto che perdita di autonomia, peggioramento dei sintomi e necessità di sostegno da parte di una persona sono le più temute tra le possibili conseguenze della patologia.

Finora non c'era una spiegazione valida per le forme più aggressive di Lupus eritematoso sistemico (LES). Ora uno studio italiano coordinato da Gianfranco Ferraccioli, ordinario di Reumatologia e responsabile dell’Unità Operativa di Reumatologia e di Medicina Interna dell’Università Cattolica – Policlinico Gemelli di Roma, ha individuato uno dei fattori responsabili.

L’osteoartrite è uno dei principali fattori responsabili del dolore al ginocchio persistente nelle donne sopra i cinquanta anni, insieme a un elevato indice di massa corporea (BMI) e lesioni all’articolazione. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Arthritis & Rheumatism condotto dai ricercatori guidati da Nigel Arden dell’Università di Oxford.

Come trovare la miglior terapia per ogni singolo paziente. Non solo per garantire al malato reumatico il trattamento a lui più adatto, che tenga conto delle variabilità individuali, e identificarlo in tempi rapidi, ma anche per razionalizzare l'uso dei farmaci biologici. In modo da assicurare che vengano utilizzati solo nei casi in cui il paziente ne possa realmente trarre vantaggio, con benefici anche sul controllo della spesa sanitaria.

La realtà delle malattie reumatiche dal punto di vista del paziente: è quella che emerge dai risultati dello studio osservazionale RAPSODIA (La Qualità di Vita e i bisogni dei pazienti con Artrite Reumatoide, Artrite Psoriasica e SpOnDIlite Anchilosante) che, per la prima volta in Italia e nel mondo, presenta dati validati clinicamente sulla Qualità di Vita dei pazienti reumatici. Nella ricerca sono stati coinvolti 743 pazienti, arruolati in 16 Centri di Reumatologia distribuiti sull’intero territorio nazionale.

“Per aver rivoluzionato la nostra comprensione del sistema immunitario scoprendo i principi chiave della sua attivazione”. Questa la motivazione che ha portato Bruce A. Beutler, Jules A. Hoffmann e Ralph M. Steinman a essere insigniti del Nobel per la Medicina 2011 (l'ultimo di loro è deceduto pochi giorni prima di vedersi riconoscere il prestigioso titolo). La scelta di Stoccolma quest'anno premia così la ricerca nel campo dell'immunologia; disciplina necessaria per far luce sui meccanismi molecolari e cellulari coinvolti nell'infiammazione, e quindi nelle patologie autoimmunitarie, tra cui alcune delle malattie reumatiche.

Si chiama teriparatide, ed è l’equivalente farmaceutico dell’ormone paratiroideo umano, attualmente impiegato per la cura dell’osteoporosi; ma presto potrebbe essere utilizzato anche per contrastare i sintomi dell’osteoartrite. È quanto sostengono i ricercatori guidati da Erik Sampson dell’University of Rochester Medical Center (Usa), che hanno testato le proprietà terapeutiche di questo composto in alcuni modelli animali di osteoartrite.

Si chiama P21, è una proteina e il suo ruolo è quello di controllare la salute di ossa e cartilagini, impedendo al sistema immunitario di attaccare e distruggere questi tessuti. Se però P21 è assente o è poco espressa, allora il sistema immunitario sfugge al controllo e scatena le proprie risposte verso le articolazioni, danneggiandole, come avviene nelle persone con artrite reumatoide. A scoprire questo ruolo di  "guardiano" della proteina sono stati i ricercatori della Northwestern University di Chicago in uno studio pubblicato su Arthritis & Rheumatism.

Da esame complementare, la Risonanza magnetica per immagini (MRI) potrebbe invece diventare un test di elezione per diagnosticare l’osteoartrite, identificando la malattia già agli stadi iniziali e a livello microscopico, intervenendo precocemente con i trattamenti, prima che la patologia diventi troppo aggressiva e che le cartilagini siano eccessivamente danneggiate.

Un puzzle genetico complicato, fatto di tanti nuovi pezzi: cioè di geni capaci di interagire con altre regioni del Dna, predisponendo allo sviluppo della malattia. Ad arricchire di nuovi protagonisti il quadro genetico della spondilite anchilosante, facendo luce anche sul contributo di alcuni già noti, sono stati i ricercatori dell’Australo-Anglo-American Spondyloarthritis Consortium e del Wellcome Trust Case Control Consortium in uno studio presentato sulle pagine di Nature Genetics.

Un po’ di esercizio fisico, di respirazione e di meditazione: anche lo yoga potrebbe aiutare a migliorare il quadro clinico dei malati con artrite reumatoide. A sostenerlo è uno studio dei ricercatori dell’Emirates Arthritis Foundation di Dubai, presentato a Londra in occasione del congresso annuale dell’EULAR (The European League Against Rheumatism).
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