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Malattie reumatiche: disabilità, impatto sul lavoro e costi sociali

Ricerca compiuta dall’Osservatorio Sanità e Salute – presentata il 5/12/2008 in occasione del Convegno “Malattie Reumatiche: disabilità, impatto sul lavoro e costi sociali”, con il Patrocinio del Senato della Repubblica – che ha esplorato, in maniera scientifica, i database dell’Istat, del Ministero della Salute, dell’AIFA e dell’Inps per analizzare l’impatto sociale ed economico delle principali patologie reumatiche.

La ricerca, curata da Alessandro Ridolfi, docente di economia aziendale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha quantificato i costi di queste patologie: quelli diretti, quali quelli sostenuti per visite specialistiche, esami radiologici e di laboratorio, ricoveri, farmaci, ecc., e quelli indiretti, intesi come il “costo sociale” sopportato dal sistema previdenziale a causa della perdita di giornate lavoro degli individui colpiti da tali malattie.

Le malattie reumatiche incidono pesantemente sui costi dell’assistenza socio-sanitaria e rappresentano una seria minaccia per l’economia complessiva del Paese: in totale la spesa per le malattie reumatiche croniche in Italia supera i 4 miliardi di Euro l’anno, di cui quasi la metà – 1 miliardo 739 milioni – sono rappresentati dalla perdita di produttività per circa 287mila lavoratori malati.

Lo rivela una ricerca compiuta dall’Osservatorio Sanità e Salute – presentata ieri in occasione del Convegno “Malattie Reumatiche: disabilità, impatto sul lavoro e costi sociali”, con il Patrocinio del Senato della Repubblica – che ha esplorato, in maniera scientifica, i database dell’Istat, del Ministero della Salute, dell’Aifa e dell’Inps per analizzare l’impatto sociale ed economico delle principali patologie reumatiche.

Oltre 5 milioni di persone in Italia soffrono di malattie reumatiche. Di queste, 734.000 sono colpite dalle forme croniche: artrite reumatoide e spondiloartropatie.
Le persone che ne sono affette spesso sono costrette ad abbandonare il lavoro e a dover affrontare disagi nella vita di relazione, con una sensibile riduzione della qualità della vita.

La ricerca, curata da Alessandro Ridolfi, docente di economia aziendale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha quantificato i costi di queste patologie: quelli diretti, quali quelli sostenuti per visite specialistiche, esami radiologici e di laboratorio, ricoveri, farmaci, ecc., e quelli indiretti, intesi come il “costo sociale” sopportato dal sistema previdenziale a causa della perdita di giornate lavoro degli individui colpiti da tali malattie.

“Il quadro che emerge da questa ricerca è risultato davvero allarmante, oltre ogni previsione” – afferma Cesare Cursi presidente dell’Osservatorio Sanità e Salute – “Si è verificato, innanzitutto, come l’accertamento di tali patologie venga diagnosticato con molto ritardo rispetto all’insorgenza delle stesse, il che comporta costi elevatissimi per tutto l’articolato sistema socio-assistenziale e dall’altro, il più importante, un peggioramento esponenziale della qualità della vita del malato”.

L'Artrite Reumatoide colpisce in prevalenza le persone con età compresa tra 30 e 50 anni e soprattutto le donne, che rappresentano circa il 75% del totale dei malati. Ogni anno questa malattia è responsabile di oltre 13 milioni di giornate di assenza dal lavoro. I costi diretti per l’artrite reumatoide ammontano a circa 1 miliardo 400 milioni l’anno mentre i costi indiretti riconducibili alla perdita di produttività sono pari a 981 milioni di euro.

Le spondiloartropatie sono un gruppo di malattie reumatiche croniche di tipo infiammatorio che colpiscono in prevalenza in età giovanile e che sono responsabili di oltre 10 milioni di giornate di assenza dal lavoro. I costi diretti per le spondiloartropatie ammontano a circa 950 milioni l’anno; quelli indiretti riconducibili alla perdita di produttività sono pari a 758 milioni di euro.

“Da economista” – afferma Alessandro Ridolfi – “mi soffermo con maggiore preoccupazione sugli aspetti economico-finanziari della questione; da uomo e cittadino non posso trascurare le conseguenze del disagio fisico connesse a tali patologie. Si stima, infatti che nel 10% dei casi si registra uno stato di invalidità permanente dopo solo due anni dall’insorgenza, e del 30% e del 50% rispettivamente dopo 5 e 10 anni”.

“Il rapporto lavoro/malattie reumatiche” – prosegue Antonella Celano, presidente ANMAR – “è di fondamentale importanza, considerando che queste affezioni possono comparire frequentemente proprio durante l’età lavorativa. A questo proposito l'associazionismo, e in questo caso ANMAR, ha un ruolo di grande e fondamentale importanza come “supporto legale e psicologico” al paziente, affinché questi possa innanzitutto divenire pienamente consapevole della nuova condizione derivante dalla malattia e quindi imparare a gestirla”.

Più aumenta il grado di severità della malattia, maggiori sono i costi per la collettività. Le malattie reumatiche croniche rappresentano una delle principali cause di invalidità e di perdita di capacità lavorativa. La progressione della malattia, se non opportunamente controllata, incide fortemente e in maniera progressiva sulla qualità della vita, sulla frequenza dei ricoveri e sulla produttività. Ma i costi riconducibili alla perdita di produttività lavorativa aumentano in misura esponenziale con l’aggravarsi della malattia, rispetto ai costi diretti, con un evidente e crescente impatto sull’economia nazionale.

L’instaurazione di una terapia precoce permette una significativa riduzione dei costi diretti e indiretti associati a queste malattie.

Con una rapida e corretta impostazione terapeutica, ottenuta attraverso una diagnosi precoce della malattia nei primi 3-6 mesi, ed una rigorosa valutazione della risposta alle terapie più del 50% dei malati potrebbero raggiungere una remissione stabile della patologia, oggi, grazie anche all’impiego dei farmaci biologici.

“Dalla ricerca che abbiamo realizzato” – osserva Ridolfi – “emerge che un’attenta valutazione costi/benefici da parte del SSN, lascerebbe spazio per l’uso di farmaci innovativi sicuramente più costosi ma altrettanto efficaci e capaci di ridurre significativamente l’onere generale del sistema senza tralasciare l’enorme miglioramento in termini di qualità di vita per il paziente”.

“Voglio davvero augurarmi” – conclude Cursi – “che a partire da questa ricerca si possano sensibilizzare le istituzioni preposte, gli operatori del servizio sanitario nazionale e l’industria farmaceutica a concentrare ogni possibile sforzo all’analisi fattiva di questa grave situazione”.

La patologia
Le Malattie Reumatiche sono più di cento e sono molto diverse fra loro sia per la sintomatologia che può avvertire il malato sia per i segni con cui si presenta la malattia. Le accomuna tutte l’impegno articolare i cui sintomi prevalenti sono il dolore di diversa entità e la ridotta capacità funzionale dell’articolazione stessa. Le Malattie Reumatiche hanno prevalentemente un andamento evolutivo cronico e proprio per questo possono esitare in uno stato di disabilità. Se non curate adeguatamente e nei tempi giusti, dopo 10 anni circa il 50% delle forme più severe va incontro ad una invalidità permanente, quindi una diagnosi precoce è fondamentale, perché le diverse forme terapeutiche attualmente in uso, principalmente farmacologica, ma anche riabilitativa, occupazionale (per esempio i consigli sullo stile di vita) e chirurgica hanno profondamente cambiato l’evoluzione di queste affezioni consentendone di migliorare la prognosi e di conseguenza la qualità della vita dei malati.

La più frequente malattia reumatica cronica è l’Artrite Reumatoide, che colpisce prevalentemente le donne (75%) e insorge tra i 30 e i 50 anni con costi umani, sociali ed individuali enormi: basti pensare che, ogni quattro pensioni di invalidità concesse in Italia, una è dovuta a malattie reumatiche. Con il passare del tempo le condizioni fisiche e funzionali peggiorano. I processi di degenerazione sono particolarmente intensi nei primi due anni dall’inizio della malattia e il 70% dei pazienti presenta alterazioni ben visibili a livello delle cartilagini e delle ossa. Entro dieci anni dalla diagnosi la metà dei pazienti risulta inabile a svolgere mansioni quotidiane e a lavorare e quasi un malato su cinque è costretto a sottoporsi ad interventi chirurgici per protesi articolari.

Un trattamento tempestivo e rapido nelle prime fasi della malattia può sensibilmente ridurne l’impatto, permettendo al paziente di “tornare” ad una vita normale.

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