1 Febbraio 2010

Artrite reumatoide, un test scopre il rischio

Artrite reumatoide, un test scopre il rischio

Un’analisi del sangue per quantificare il rischio di sviluppare l’artrite reumatoide nell’arco di pochi anni. Potrebbe essere questo il principale sviluppo di uno studio condotto dai ricercatori dell’Ospedale universitario di Umea, in Svezia, e in corso di pubblicazione su Arthritis&Rheumatism, giornale dell’American College of Rheumatology.

I risultati delle indagini confermano quello che altri studi avevano ipotizzato: e cioè che è possibile predire il rischio di sviluppare la malattia, e dunque anche prevenirne la progressione con una diagnosi precoce.

Alla base del lavoro dei ricercatori scandinavi vi è il fenomeno per cui, nel tessuto sinoviale dei malati di artrite reumatoide, si registra la presenza di citochine (proteine che si legano a specifici recettori presenti sulla membrana di una cellula e le comunicano un’istruzione specifica) e chemochine (una classe di citochine che ha un ruolo specifico nella risposta immunitaria). Ora il gruppo guidato da Solbritt Rantapaa-Dahlqvist ha scoperto che i livelli di alcune di queste citochine raggiungono un picco elevato anche diversi anni prima che l’individuo mostri i primi sintomi della malattia.

Per determinare quali citochine mostrassero questo comportamento, i ricercatori hanno condotto uno studio caso-controllo nidificato (una procedura nella quale i casi che si verificano sono confrontati con i soggetti rimasti sani nella stessa coorte) con i dati provenienti dalla Medical Biobank svedese. Il team ha esaminato campioni di sangue di 86 pre-pazienti, cioè di individui in cui non si erano ancora manifestati i segni della malattia, di 69 di questi dopo la comparsa dei sintomi, e di 256 individui di controllo, valutando i livelli plasmatici di 30 tra citochine e chemochine.

Nel sangue degli individui che in seguito avrebbero manifestato la malattia i ricercatori hanno individuato la presenza di linfociti Th1, Th2, e cellule T regolatrici, mentre in quello dei siggetti malati erano evidenti chemochine, citochine prodotte dalle cellule stremali e marker angiogenici. “Questa elevata concentrazione di citochine proinfiammatorie e chemochine indica un’attivazione del sistema immunitario precedente alle prime manifestazioni dei sintomi alle articolazioni”, spiega Rantapaa-Dahlqvist. “I nostri risultati – conclude il ricercatore – danno l’opportunità di predire con maggiore accuratezza il rischio di sviluppare l’artrite reumatoide, e di prevenire anche la progressione della malattia”. Quello della diagnosi precoce, in effetti, è un tema di importanza cruciale nell’artrite reumatoide, i cui primi sintomi, inizialmente piuttosto leggeri e dunque spesso trascurati, possono in seguito confondersi con quelli tipici di altre malattie, come il lupus, l’osteoartrite o la fibromialgia.

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